In effetti la sua donazione-immolazione a Dio in comunione con Gesù Crocifisso a favore dell’umanità sofferente è un tema che ricorre spesso negli scritti e nei messaggi di Nuccia. Questo suo essere vittima per gli altri è stato vissuto da lei come una vera consacrazione a Dio, diversa ma non dissimile della consacrazione dei religiosi con i tre voti di obbedienza, povertà e castità. Lei si è sentita chiamata da Dio a vivere la sua croce come una missione redentiva e ha risposto a tale chiamata con generosità e con gioia.


Passano gli anni e Nuccia continua ad abbandonarsi fiduciosa nel suo Signore, fino alla fine. “Io amo Dio e voglio essere sua” scrive nel suo diario e lo ripeteva sovente. Due mesi prima di morire ad un giovane di Sassari che le chiedeva: “Durante tutta la tua sofferenza hai mai dubitato della presenza del Signore a fianco a te?” Nuccia risponde: “Mai! Non ho mai dubitato della sua presenza. Lui per me è stato un amico, un fratello. Per me la sofferenza è un mistero e un grande dono. Gesù l’ha vissuta prima di noi tutti, poi l’ha trasformata in premio eterno; quindi io l’ho accettata e non l’ho mai sciupata, perché so che Gesù mi ama, mi ama di un amore grande, quindi credo nel suo amore. E anche se a volte mi fa percorrere tanto dolore, tanta sofferenza, so che in cima poi mi aspetta Lui; mi darà tanta gioia, tanta felicità, e io Lo lodo, Lo benedico e Lo ringrazio per avermi scelto. E quindi io mi sono offerta vittima di amore”!
Queste parole non sono espressioni di devozione facile e bigotta; il suo spirito era ricco di contenuti di fede maturati nella meditazione e nella contemplazione di Gesù crocifisso. Scrive nel Diario: “Nel mio prepotente bisogno di amore e di protezione, mi sono rivolta al Crocifisso… vicino a Te, non mi lamento, non mi annoio, anzi ringrazio l’Amore di avermi crocifissa per amore”.
In lei c’era solida conoscenza della teologia della croce. Ne è riprova il lungo messaggio della Pasqua 1995. In un linguaggio semplice e personale, come se comunicasse un po’ del suo animo, dice: “In questo mare sconfinato di amore e di tenerezza, l’anima mia esulta, come quello di Maria, e dal profondo del mio cuore sale a Dio un cantico di lode, di benedizione, di gratitudine per quello che Egli ha fatto e che fa nella mia vita. E’ il momento culminante della mia preghiera, in cui la divina potenza d’amore opera in me, mediante l’offerta del sacrificio e mi fa sperimentare momenti di resurrezione, dopo momenti di morte, vincendo in me il dolore e la paura della croce. Quale tesoro nasconde il dolore! Quanta sapienza nella croce! Bisogna pregare il buon Dio che riveli a tutti il segreto e la potenza del dolore, ma soprattutto che dia a ciascuno un animo docile e generoso, disposto ad accettare con cuore grato le piccole e grandi croci della vita, come doni di Dio. Solo così, infatti, l’uomo consente al Padre di trasformare la sofferenza umana in potenza di resurrezione, che dona giovinezza e forza allo spirito e trasforma il peccato in grazia”.
Nuccia sentiva la vicinanza di Gesù e questo era il segreto per comprendere e vivere la sapienza della croce. Nel messaggio ‘Adorazione della croce’ confida: “Quando sono affaticata e stanca la sua voce mi sussurra dolcemente -Coraggio, abbi fede in me e spera. Continua ad amare e a offrire la tua croce. Sappi che solo l'amore sostie¬ne e permette il sacrificio gradito a Dio. Io ho bisogno di vittime d'amore, di martiri, di doni generosi quotidiani. Guarda la mia croce e unisciti spi¬ritualmente al sacrificio della messa, che si celebra ogni giorno sugli altari di tutta la terra-”.
Contemplava e adorava il sangue preziosissimo di Gesù come “la sorgente inestinguibile d’amore per l’uomo di ogni tempo”. E nella preghiera alimentava la sua vita spirituale e chiariva sempre più il suo essere vittima con Gesù. Si sentiva perfino eletta, quasi privilegiata per la sua missione. “…Sangue Preziosissimo del mio Gesù, tesoro d'immensa misericordia, Ti lodo e Ti ringrazio per aver unito il mio corpo martoriato al Tuo. Lava questa mia povera anima e salvala, converti tutti i peccatori. Grazie per la sofferenza che Tu mi hai donato, grazie per averla cosparsa col balsamo della tua grazia e col profumo del tuo conforto. Grazie per avermi fatto abbracciare la croce con coraggio e con amore. Io credo, credo in Te e soffro con amore, con gioia, perché so che tutto è dono, tutto è grazia, e desidero fare la tua volontà. Desidero, mio Gesù, aiutarti a salvare i peccatori, affinché tutti tornino a recuperare la grazia e si possano rivestire dei tuoi stessi sentimenti, per la conversione dei bestemmiatori, affinché nasca la lode e smettano di crocifiggerti, per le vittime dell'odio e della violenza, per tutti i carcerati, le prostitute, per le ragazze madri e per tutte le persone che fanno piangere e soffrire. Unisco la mia passione alla Tua, o Gesù, e che cos'è il mio soffrire in confronto al tuo soffrire? O Uomo dei dolori! Ti prego per i miei cari, per tutte le creature del mondo, fa che di fronte a qualsiasi sofferenza capiscano che è un'occasione buona per incontrarsi con Te e fare un'autentica e quanto mai preziosa esperienza. Fa che tutti ti riconoscano e non ti respingano, quando ti presenti nel dolore, e ti abbraccino fiduciosi. Accogliere la sofferenza, il dolore, significa dire sì ad una piccola scheggia di legno della tua croce, Gesù. Riconoscerti nel dolore significa venire in braccio a te e il peso diventa più leggero. Grazie, infinita carità, per avermi eletta vittima del tuo amore, grazie per essere stata toccata da Te con tanta tenerezza, per avermi lasciata la tua impronta e per avermi lasciato il desiderio di accostarmi a bere sino all'ultima goccia al calice della salvezza. Amen. Alleluia”!
Le persone che l’ascoltavano a Radio Maria hanno capito bene la lezione. Centinaia di queste le scrivevano, presentando le miserie della loro famiglia e tante stanchezze. La loro fiducia era riposta nella sua vicinanza a Dio che notavano immediatamente nel suo essere vittima d’amore per l’umanità sofferente.
Le scrive Liberta R. da Roma nel 1996: “Quanta serenità mandi con le tue parole alle persone angosciate come me! Grazie a Dio che si ricorda di noi, mandandoci persone buone come te, che sei un altare vivente, vittima anche per i nostri peccati”.
Angela R. (82 anni) da S. Margherita Belice le scrive sempre nel 1996: “…Ho capito che sei un’anima-ostia… nel mio cuore si è sviluppato fiducia ed affetto. Io amo quelle anime che confortano il dolce Gesù… e la mamma Celeste, che per i nostri peccati versa lacrime di sangue”. “...sono contenta perché consoli il dolce Gesù. L’aiuti con la tua sofferenza a salvare anime… Sì, capivo che eri un’anima-vittima straordinaria, ma non immaginavo la tua inaudita sofferenza… le tue lettere per me erano un balsamo…”.
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